I bambini credono a ciò che diciamo di loro: come la voce dei genitori diventa l’autostima dei figli
Quando un bambino muove i suoi primi passi nel mondo, non possiede ancora un manuale interno per valutare quanto vale, quanto sia capace o se sia degno di essere amato. Per capire chi è, si affida interamente al messaggio che gli restituiscono le persone per lui più importanti: i suoi genitori.
Ogni sguardo di approvazione, ogni sospiro di stanchezza, ogni frase detta d’impulso o con calore va a comporre una sorta di mappa mentale. È in questa fase cruciale che prendono forma le cognizioni di sé, ovvero quelle profonde convinzioni intime — come “Sono all’altezza”, “Sono sbagliato” o “Devo fare tutto perfetto per essere amato” — che il bambino farà sue e che continuerà a portarsi dentro fino all’età adulta.
Lo specchio della mente: come si forma il dialogo interiore
Nei primi anni di vita, la mente del bambino funziona come uno specchio. Come evidenziava lo psicanalista Donald Winnicott e come sottolineano gli studi sulla teoria dell’attaccamento di John Bowlby, l’immagine che il piccolo sviluppa di sé stesso è il riflesso di ciò che vede negli occhi di chi si prende cura di lui.
Quando un genitore risponde con empatia e presenza, il bambino impara un’equazione fondamentale: “I miei bisogni hanno valore, quindi io ho valore”. Al contrario, se la risposta prevalente è la svalutazione o l’insofferenza, il bambino non penserà mai “La mamma è stanca” o “Il papà è stressato per il lavoro”. La mente infantile, fisiologicamente egocentrica, traduce tutto in una diagnosi su sé stessa: “Non sono abbastanza bravo”.
Nel nostro studio vediamo quotidianamente quanti adulti lottino contro l’ansia o la sensazione di non valere nulla proprio perché, da piccoli, hanno introiettato uno specchio “incrinato”, che restituiva un’immagine distorta delle loro capacità e del loro valore.
Dalle parole d’impulso alle etichette: la storia di Marco
Tutti i genitori perdono la pazienza. La stanchezza, i ritmi lavorativi e le preoccupazioni quotidiane possono portare a sfoghi improvvisi. Tuttavia, c’è una differenza sostanziale tra il criticare un comportamento e l’etichettare la persona.
Se diciamo a un bambino ‘Hai fatto un pasticcio’, stiamo giudicando un’azione isolata e riparabile. Se gli diciamo ‘Sei il solito sbadato’ o ‘Non ne combini mai una giusta’, stiamo definendo la sua identità.
Ricordo la storia di Marco (nome di fantasia), un bambino di 8 anni arrivato da me per marcata ansia scolastica. Ogni volta che doveva affrontare una verifica, venivano scatenati pianti incontrollabili e dolori addominali. Ricostruendo la sua storia insieme ai genitori — due persone affettuose e premurose — è emerso che, di fronte alle difficoltà di Marco nel riordinare la cameretta o nel fare i compiti, il padre ripeteva spesso per frustrazione: “Non hai forza di volontà, ti arrendi subito!”.
Marco non aveva dubbi: per lui la frase del papà era una verità assoluta. Come ricorda la psicoterapeuta Robin Shapiro, le affermazioni dei genitori vengono registrate dalla mente del bambino come fatti incontestabili. Marco aveva interiorizzato la cognizione negativa “Sono incapace” e la sua ansia scolastica non era altro che la paura paralizzante di confermare quell’etichetta.
La profezia che si autoavvera: quando la cognizione guida il comportamento
Quando una cognizione negativa si radica nella mente di un bambino, inizia a guidarne le azioni in un circolo vizioso noto come profezia che si autoavvera.
Un bambino che si convince di essere “cattivo” o “sbagliato” tenderà a comportarsi in modo provocatorio o oppositivo. Non lo fa per dispetto, ma perché agisce nell’unico modo che ritiene coerente con la propria identità. Se la mappa interna dice “Tutti si arrabbieranno con me perché sono sbagliato”, il bambino metterà in atto comportamenti che finiranno per provocare proprio la rabbia degli adulti, confermando così la sua iniziale convinzione.
Sbrogliare questo nodo richiede un cambio di prospettiva da parte del genitore: smettere di guardare solo al comportamento sintomatico e iniziare ad ascoltare la convinzione profonda che lo sta alimentando.
La prospettiva dell’EMDR: dai piccoli traumi relazionali alle convinzioni dell’adulto
Nell’approccio EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) si distingue spesso tra i grandi traumi (gli eventi con la “T” maiuscola, come incidenti o lutti) e i traumi relazionali con la “t” minuscola. Questi ultimi sono fatti di piccole e continue esperienze svalutanti, trascuratezze emotive o aspettative troppo elevate vissute nell’infanzia.
Un episodio all’apparenza banale — come essere derisi per un disegno venuto male o sentirsi dire “Guarda tuo fratello come è bravo, impara da lui” — se ripetuto nel tempo, può rimanere congelato nel sistema nervoso come un ricordo non elaborato.
Attraverso la terapia EMDR è possibile identificare le cognizioni negative formatesi nell’infanzia (“Non sono sicuro”, “Non valgo”, “Non posso mostrare le mie emozioni”) e rielaborarle, permettendo alla persona di sostituirle con cognizioni positive e adattive (“Valgo per quello che sono”, “Posso farcela”). Cambiare queste convinzioni profonde significa liberarsi dai condizionamenti del passato per vivere il presente con maggiore serenità.
Piccoli passi per trasformare il dialogo familiare
Non si tratta di diventare genitori perfetti — modello irrealistico e persino dannoso —, ma di sviluppare una maggiore consapevolezza emotiva nel dialogo quotidiano. Ecco alcune indicazioni pratiche:
- Separa l’azione dall’identità: Sostituisci il “Sei cattivo” con “Questo comportamento non va bene”. Aiuta il bambino a capire che il suo valore come persona non è mai in discussione, nemmeno quando sbaglia.
- Valida l’emozione prima di correggere l’azione: Se tuo figlio urla o lancia un giocattolo, riconosci il suo stato emotivo: “Vedo che sei molto arrabbiato, ed è normale provarlo, ma non va bene lanciare le cose”.
- Pratica il potere della riparazione: Se perdi la pazienza e alzi la voce — cosa che accade a tutti —, torna da tuo figlio quando la calma è ripristinata. Dirgli “Scusami, ho urlato perché ero molto stanco, non è colpa tua” offre un insegnamento straordinario: gli errori si possono riparare e le relazioni non si rompono di fronte a un momento di difficoltà.
Un gesto d’amore verso la tua famiglia
Riconoscere che le nostre parole e i nostri automatismi hanno un peso non deve generare senso di colpa, ma diventare un’opportunità di crescita. Nessuno di noi ha ricevuto un manuale di istruzioni e spesso tendiamo a ripetere con i figli gli stessi schemi verbali ed emotivi che abbiamo subito a nostra volta quando eravamo piccoli.
Se ti accorgi che tuo figlio mostra segnali di forte insicurezza, ansia o chiusura, o se senti che nella tua famiglia si sono innescati automatismi complessi da interrompere da soli, intraprendere un percorso di supporto professionale non è un segno di debolezza. È al contrario uno dei più grandi gesti d’amore che puoi fare per la tua famiglia.
Presso il nostro Centro EMDR accompagniamo genitori, bambini ed adulti nel comprendere le radici del proprio dialogo interiore e nel trasformare le convinzioni limitanti in risorse di forza e fiducia per il futuro.

0 commenti