Riuscirò mai ad uscire dai miei traumi? Parliamo di crescita post-traumatica
Autore: Matteo Marini​
30 Agosto 2025

“Mi svegliavo tutte le notti alle tre, con il cuore che batteva forte e un pensiero fisso: continuerò a vedere tutta la vita gli occhi giudicanti di mia madre?” Queste sono le parole di un paziente che ho seguito alcuni anni fa. Ho ripensato a lui mentre ero proprio davanti ai murales che abbelliscono ciò che resta del famoso Muro di Berlino.

Perché collegare il Muro di Berlino al trauma psicologico? Perché quel muro non era solo cemento. Era un simbolo di divisione, dolore e perdita. Un trauma tangibile e onnipresente per migliaia di persone che si erano dovute separare dalle persone care, dai loro luoghi, da tutto ciò che parlava di loro fino a poco prima. Eppure, oggi, a distanza di anni, chi lo visita vede colori, murales, messaggi di pace. Quella ferita è diventata testimonianza, arte, memoria. E qui sta la chiave: il trauma non si cancella, si trasforma.

Cos’è un trauma e perché non possiamo semplicemente “dimenticare”

Un trauma psicologico è un evento che irrompe nella nostra vita, a volte a piccoli passi, come la goccia che scava la roccia. A volte come un’esplosione che distrugge tutto. Il trauma non è di un’unica tipologia ma sicuramente tutti i traumi importanti sono accomunati dal fatto che NON TI LASCIANO UGUALE a ciò che eri prima di quella bomba (o bombe) psicologiche. In diversi casi, poi, l’impatto con questi eventi è troppo forte per le risorse di cui disponiamo in quel momento. Il trauma non si risolve spesso e volentieri in modo semplice e lineare. lascia tracce profonde: il corpo e la mente restano in allarme, anche a distanza di tempo. Anche quando tutto è finito. Lo sguardo della madre del mio paziente ne era la riprova. Un uomo di oltre 60 anni si sveglia nella notte: quegli occhi indifferenti erano onnipresenti e sfidavano con disinvoltura oltre mezzo secolo.

“… Lo metto da parte e non ci penso più!”

È una frase che mi sento dire frequentemente. Molti pensano che il modo migliore sia rimuovere, far finta che non sia successo. I meccanismi di negazione o minimizzazione (sono molti i modi in cui ci difendiamo inefficacemente dal trauma) non funzionano, non almeno come vorrebbero coloro che più o meno consapevolmente la mettono in atto. Il dolore negato trova altre strade: nei sintomi, nei sogni, nei rapporti. Esattamente come il Muro di Berlino: abbatterlo non avrebbe cancellato ciò che aveva rappresentato.

Il trauma va guardato, attraversato e trasformato. In altre parole: elaborato. Dal dolore alla trasformazione: la crescita post-traumatica

C’è un concetto in psicologia che si chiama crescita post-traumatica. Significa che, in alcune circostanze, un trauma può diventare un punto di svolta. Non si tratta di romanticizzare il dolore, ma di riconoscere che, quando attraversato con gli strumenti giusti, può aprire nuove prospettive.

E qui entra in gioco la possibilità di crescita. Può sembrare un paradosso, ma molte persone, dopo aver affrontato un trauma, raccontano di aver sviluppato una forza nuova, di vedere la vita con occhi diversi. Non è questione di “romanticizzare” il dolore, ma di riconoscere che, se quel materiale bloccato trova una via per essere elaborato, può diventare una risorsa.

La crescita post-traumatica non cancella il dolore, ma lo integra. È un po’ come se il cervello, finalmente, riuscisse a collegare quei frammenti congelati con tutto il resto della nostra storia, mettendoli al posto giusto. E quando questo accade, l’energia che prima serviva a tenerli soppressi si libera per qualcos’altro: relazioni più autentiche, scelte più consapevoli, una scala di valori più chiara.

 

La teoria AIP ci dice che la mente tende naturalmente alla guarigione.

Se ci pensi, il cervello è come un archivista molto ordinato: ogni esperienza dovrebbe finire nel cassetto giusto. Quando qualcosa di troppo forte interrompe questo processo, è come se un fascicolo rimanesse aperto e ingombrante. Ma se gliene diamo l’opportunità – attraverso la terapia, il dialogo, la rielaborazione emotiva – il cervello riprende quel fascicolo, lo legge, lo capisce e finalmente lo archivia. Non significa dimenticare. Significa ricordare senza esserne travolti.

Fare in modo che quello sguardo algido di una madre anaffettiva diventi un capitolo chiuso della propria vita, non una presenza che tormenta ogni notte.

È qui che nasce la crescita post-traumatica: nel momento in cui quel dolore non è più solo ferita ma diventa parte della nostra storia, senza più dominarci. Alcuni scoprono di avere più forza di quanto credevano, altri cambiano priorità, altri ancora sentono di voler aiutare chi soffre delle stesse ferite. Non è automatico, e non riguarda tutti allo stesso modo, ma accade. Ed è potente.

Quando cammino lungo il Muro di Berlino, penso che non l’hanno coperto con un velo, non l’hanno sepolto. Lo hanno lasciato lì, visibile, ma lo hanno trasformato: da barriera a simbolo, da dolore a memoria collettiva. Le nostre ferite possono fare lo stesso. Non possiamo far finta che non esistano, ma possiamo decidere che significato dare loro. Possiamo imparare a guardarle senza paura, a colorarle di nuovi significati, a usarle come testimonianza e non come prigione.

Riuscirò mai ad uscire dai miei traumi?

E allora la domanda “riuscirò mai a uscire dai miei traumi?” diventa un po’ diversa. Non si tratta sempre di uscire, ma di trasformare. Di fare spazio a quelle parti di noi che sono rimaste bloccate, di dare loro un nome, una voce e, finalmente, una casa. E quando questo succede, il passato non scompare, ma smette di essere un peso e diventa un muro dipinto, un paesaggio in cui si può camminare senza paura