Quando nella clinica ci troviamo di fronte a pazienti con storie di vita complesse, dobbiamo porre estrema attenzione a come approcciarci al trattamento. Ciò è particolarmente importante in casi di eventi traumatici interpersonali e perpetrati dalle figure di accudimento. Individui traumatizzati in tal senso possono presentare una sequela di sintomatologia grave e caotica. Comprendere come si intreccia la storia di vita con sintomi, difficoltà relazionali e comportamenti disfunzionali necessita di un approccio graduale basato sulla costruzione di un’alleanza terapeuta sufficientemente solida. Solo in una relazione sicura, infatti, il paziente può permettersi di esplorare il suo funzionamento riducendo il rischio di essere soverchiato dal dolore che emerge nel dialogo clinico.
Le tre fasi del trattamento del trauma
Il concetto di modello trifasico viene introdotto per la prima volta da Pierre Janet, considerato il padre della psicotraumatologia moderna, poi ripreso successivamente da diversi importanti studiosi delle sindromi trauma-correlate (Herman, 2005, Ogden e Fisher, 2016). Suddividere il trattamento dei disturbi traumatici è funzionale sopratutto nei casi in cui vi sia la presenza di dissociazione. Nello specifico le tre fasi del trattamento vengono così suddivise:
- Stabilizzazione
- Lavoro sulle memorie traumatiche
- Integrazione delle parti del sé e riabilitazione/ricostruzione
La stabilizzazione
Questa prima fase rappresenta il punto di partenza per un lavoro approfondito di rielaborazione del passato e ricostruzione del senso di sé. In questo primo stadio del trattamento si accompagna il paziente nell’esplorazione di quelle risorse che possano garantirgli di rimanere ancorato al presente nonostante l’attivazione traumatica. Tali risorse di stabilizzazione sono utilizzate per i seguenti scopi fondamentali:
- Ripristinare una sensazione di sicurezza ogni qualvolta uno stimolo interno o ambientale inneschi una memoria traumatica che intrude in coscienza;
- Mantenere una certo grado di sicurezza e ancoraggio al presente durante il lavoro sul trauma in fase 2.
Il grounding
Gli individui con una storia traumatica possono spaventarsi all’idea di entrare in contatto con il proprio passato. Alcuni evitano di parlare dei propri vissuti traumatici oppure negano di averne sperimentati. A ogni modo l’evitamento, la negazione o la minimizzazione delle proprie esperienze sono modalità con la quali la persona tenta di proteggersi da emozioni schiaccianti (Brand et al., 2023). Utilizzare risorse di stabilizzazione è essenziale affinché il paziente possa sentirsi progressivamente disponibile a un lavoro di elaborazione più approfondito e risolutivo. Tra le risorse efficaci troviamo il grounding (radicamento), una tecnica terapeutica che ha lo scopo di incrementare la consapevolezza sul corpo e sulla mente nel momento presente. Il grounding permette di acquisire due competenze base: la capacità di riorentarsi al presente e quella di radicarsi nel presente, ogniqualvolta si verifichi un innesco traumatico (trigger).
Il lavoro sulle memorie traumatiche
Per affrontare questa seconda fase è preminente che il paziente abbia costruito e appreso le abilità di radicamento necessarie affinché possa entrare in contatto con il materiale traumatico senza esserne travolto. Si tratta fondamentalmente di oscillare tra il passato doloroso e il presente in cui il pericolo non esiste più e in cui la persona può ritrovare un senso di sicurezza. Chiaramente in questa fase è facile che entrino in gioco difese dissociative, fobie per l’esperienza traumatica, parti del sé che tendono a sabotare la terapia ecc. Sarà utile in questo caso lavorare con tutte le parti del sé in modo da permettere all’intero sistema mentale di sentirsi sufficientemente al sicuro da procedere con il lavoro. Se così non fosse sarà necessario attendere e/o tornare alla fase precedente per rafforzare le capacità di stabilizzazione.
Integrazione delle parti del sé e riabilitazione/ricostruzione
La terza e ultima fase è quella dell’integrazione della personalità. In questa fase, dopo aver rielaborato le esperienze traumatiche, il paziente può sentirsi non solo più orientato al presente, ma anche maggiormente in grado di attribuire un senso nuovo a ciò che gli è successo. Si apre così una nuova finestra sulla vita quotidiana e sul futuro, in cui egli può sperimentare nuovi modi di essere e percepire, sentendosi pienamente capace di autodeterminazione.
Il modello trifasico non è una rigida sequenza
Sebbene si tratti di un modello a fasi, la cura del trauma non deve essere concepita come una sequenza di stadi da seguire scrupolosamente. Ogni terapia è cucita sul paziente stesso, per cui una fase potrà durare più di un’altra, oppure sarà necessario tornare a una fase precedente per poi proiettarsi nuovamente verso quella successiva. La terapia è un percorso in evoluzione, mai legato a una strada predefinita. La bussola che ogni terapeuta deve saper utilizzare è quella della sintonizzazione empatica, in modo da poter accompagnare il paziente nella scoperta di sé e delle sue risorse senza spingere sull’acceleratore, ma consentendogli di procedere al suo ritmo.
Bibiografia
- Brand B.L., Schielke H.J., Schiavone F., Lanius R.A. (2023), Costruire un terreno sicuro. Come superare gli ostacoli nel trattamento del trauma, Giunti;
- Herman J.L. (2005), Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, Magi Edizioni;
- Ogden P. & Fisher J., Psicoterapia sensomotoria. Interventi per il trauma e l’attaccamento, Raffaello Cortina Editore.

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