Se leggendo il titolo hai pensato “non credo riguardi me” resta comunque un momento. È esattamente quello che pensano in tanti, prima di riconoscersi in ogni riga che segue.
Quando si dice “trauma”, immaginiamo quasi sempre un episodio preciso: un incidente, un’aggressione, un evento con un prima e un dopo netti. C’è però un’altra forma di trauma, più silenziosa e molto più diffusa, che in psicologia chiamiamo trauma complesso. Non nasce da un fatto isolato, ma da una condizione che si ripete nel tempo: un contesto in cui non ci si è sentiti al sicuro, ascoltati, o visti per come si era. Può capitare dentro una singola relazione, o lungo un’intera infanzia. Qui il fattore che conta non è quanto sia stato grave un singolo episodio, ma quanto a lungo quella condizione è durata.
Capita spesso, in questi casi, di minimizzare. “Dai, infondo sono cresciuto/a bene.” “Dopotutto, la famiglia perfetta non esiste.” Frasi che sembrano portare equilibrio, ma che in realtà tengono la porta chiusa. Se una di queste ti è già passata per la testa leggendo fin qui, è il motivo per cui vale la pena arrivare in fondo.
Il trauma complesso spesso riguarda proprio l’infanzia, perché è lì che dipendiamo interamente dagli adulti che ci circondano. Se quegli adulti sono imprevedibili, assenti, spaventano o feriscono più che proteggere, il nostro senso di sicurezza si costruisce su basi fragili. E lo facciamo senza saperlo, perché per un bambino quello che vive in casa è semplicemente “come sono le cose”.
Per questo, chi ha vissuto un trauma complesso spesso lo minimizza da adulto. Frasi come “non è così grave” o “c’è di peggio” sono comuni, e nascono da un tentativo, comprensibile, di ridimensionare quello che si è vissuto. Il problema è che confrontare il proprio dolore con quello di qualcun altro non aiuta a guarirne. Aiuta solo a rimandare.
Le esperienze avverse infantili
Un modo per dare forma a queste esperienze arriva dagli studi sulle Adverse Childhood Experiences, le ACEs: un filone di ricerca avviato negli anni ’90 che ha messo in relazione l’esposizione, durante l’infanzia, a maltrattamento, trascuratezza, violenza assistita o convivenza con un genitore con dipendenza o problemi di salute mentale, con una serie di esiti sulla salute fisica e mentale in età adulta. Non è un singolo test che “certifica” un trauma, è un modo per riconoscere che certe esperienze, anche quando non lasciano segni visibili nell’immediato, si accumulano e impattano sul lungo periodo.
Il punto centrale delle ACEs non è colpevolizzare le famiglie né instillare un atteggiamento fatalista: avere avuto esperienze avverse non significa essere condannati a un destino già scritto. Significa che quel tipo di esperienze rappresenta un fattore di rischio e che riconoscerlo è il primo passo per intervenire in modo protettivo.
Cosa si porta dietro, da adulti
Chi cresce con un trauma complesso spesso sviluppa una resilienza precoce: impara a cavarsela, a leggere gli umori altrui, a non disturbare. Ma quella stessa resilienza ha un costo: allerta costante, difficoltà a fidarsi anche quando non c’è motivo di non farlo, un senso cronico di essere sbagliati, reazioni che sembrano sproporzionate rispetto a quello che le ha scatenate. Non è un difetto di carattere. È il sistema nervoso che ha imparato, molto presto, che il pericolo può arrivare da chi dovrebbe proteggerti e che continua a comportarsi di conseguenza anche quando il pericolo, oggi, non c’è più.
Ed è qui che arriva spesso la vergogna: la sensazione di essere in qualche modo responsabili di quello che si è subito. Vale la pena dirlo con chiarezza: il trauma complesso e i suoi effetti non sono colpa di chi li ha vissuti, anche se, spesso, è proprio quello che credono fin da bambini.
Cosa può fare l’EMDR
Il motivo per cui il trauma complesso è difficile da raccontare è anche il punto da cui parte il lavoro terapeutico: quelle esperienze non sono state registrate come un racconto con un inizio e una fine, ma come sensazioni, reazioni automatiche, convinzioni su di sé di cui spesso non si conosce l’origine. Per questo un percorso efficace non richiede di ricostruire ogni dettaglio di quello che è successo.
L’EMDR lavora su come quelle esperienze sono rimaste registrate nel sistema nervoso, più che sul racconto in sé. In pratica aiuta a fare ciò che non è stato possibile nel momento in cui l’esperienza è avvenuta: elaborarla e archiviarla come qualcosa che appartiene al passato, invece che continuare a trattarla come una minaccia ancora presente, con tutto quello che questo comporta in termini di allerta, reattività, difficoltà a fidarsi.
Il lavoro terapeutico su queste esperienze si concentra dunque sul modo in cui il passato continua a dettare le regole del presente, aprendo spazio per viverlo diversamente. Il passato resta quello che è stato; cambia il peso che ha oggi.
Bibliografia.
- Felitti, V. J., Anda, R. F., Nordenberg, D., Williamson, D. F., Spitz, A. M., Edwards, V., Koss, M. P., & Marks, J. S. (1998). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults: The Adverse Childhood Experiences (ACE) Study. American Journal of Preventive Medicine, 14(4), 245–258.
- van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. Viking.
- Shapiro, F. (2018). Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) Therapy: Basic Principles, Protocols, and Procedures (3rd ed.). Guilford Press.

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