Dissonanza cognitiva
Quando la vita non soddisfa, ma cambiare fa paura
Ci sono momenti della vita in cui, se ci fermassimo davvero ad ascoltarci, sentiremmo chiaramente che qualcosa non va. Una relazione che non nutre più, un lavoro che ci spegne lentamente, una quotidianità che ha perso colore. Eppure, nonostante questa consapevolezza sotterranea, restiamo fermi, immobili, come se una forza invisibile ci trattenesse esattamente dove siamo.
In questi momenti entra in gioco un meccanismo psicologico tanto potente quanto silenzioso:il tentativo di ridurre la dissonanza cognitiva. Si tratta di una strategia di sopravvivenza della mente, spesso inconsapevole, che ci permette di continuare ad andare avanti senza dover affrontare il dolore, la paura e l’angoscia che il cambiamento porta con sé.
Il punto non è che ci raccontiamo delle storie, tutti lo facciamo. Il punto è come ce le raccontiamo e, soprattutto, quanto queste narrazioni ci aiutino davvero a vivere, oppure ci tengano prigionieri di una vita che non sentiamo più nostra.
Cos’è la dissonanza cognitiva (e perché ci disturba così tanto)
La dissonanza cognitiva è quello stato di tensione interna che nasce quando pensieri, emozioni e comportamenti non sono coerenti tra loro. È un’esperienza profondamente umana, ma anche estremamente spiacevole.
Pensiamo a qualche esempio semplice ma significativo:
“So che questa relazione mi rende infelice, ma continuo a restarci.”
Oppure:
“So che potrei aspirare a qualcosa di più, ma non faccio niente per cambiare.”
Questa incoerenza genera un disagio interno difficile da tollerare. Il nostro sistema psicologico, per proteggersi, cerca una via d’uscita e spesso la via più semplice non è cambiare comportamento (che richiede coraggio, energia e assunzione di responsabilità), ma ridurre la dissonanza cognitiva modificando il modo in cui interpretiamo la realtà.
In altre parole: se non posso (o non riesco) a cambiare la mia vita, cambio il modo in cui me la racconto.
Raccontarsela bene per non sentire il dolore
Ecco allora che iniziano le narrazioni auto-assolutorie del tipo:
- “In fondo non sto così male.”
- “C’è chi sta molto peggio di me.”
- “Alla mia età non ha senso ricominciare.”
- “Questa è comunque la scelta più razionale.”
- “Meglio questo che il rischio dell’ignoto.”
Sono racconti che non nascono dalla lucidità, ma dalla paura. Non dalla libertà, ma dalla necessità di anestetizzare il dolore.
Il tentativo di ridurre la dissonanza cognitiva diventa così un modo per non sentire. Per non entrare in contatto con quella parte di noi che sa, con chiarezza spesso dolorosa, che stiamo rinunciando a qualcosa di importante, stiamo rinunciando all’autenticità, al desiderio, alla vitalità.
Convincersi di stare bene diventa più facile che ammettere di stare male. Perché ammettere di stare male implica, prima o poi, una domanda inevitabile: “E allora cosa faccio?”.
La paura delle decisioni che cambiano la vita
Ci sono decisioni che non sono semplici scelte operative, ma sono scelte identitarie. Mettono in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi, il senso di sicurezza costruito negli anni, le abitudini che ci hanno tenuti a galla.
Separarsi, cambiare lavoro, dire un no che non abbiamo mai detto, smettere di adattarci, sono tutte azioni che richiedono di attraversare una zona di incertezza e per molte persone l’incertezza è più spaventosa dell’infelicità conosciuta.
Così restiamo. E per restare senza impazzire, abbiamo bisogno di raccontarci che quella permanenza non è frutto della paura, ma di una scelta ponderata, razionale, matura. Ancora una volta, ridurre la dissonanza cognitiva ci permette di sopravvivere, ma non necessariamente di vivere.
Un esempio clinico: quando la relazione è finita, ma la storia resta
Penso a un paziente, che chiamerò Marco. Marco arriva in terapia con una sensazione costante di vuoto, apatia, irritabilità. Dice di non capire fino in fondo cosa non vada. Ha una relazione stabile da molti anni, una casa, una routine apparentemente “a posto”. Quando iniziamo ad esplorare la sua vita di coppia, emergono enormi silenzi, una totale assenza di complicità, nessuna condivisione emotiva reale. Non litigano quasi mai, ma non si incontrano nemmeno. Vivono affiancati, non insieme.
Eppure Marco dice:
“Lei è una brava persona, è amorevole. Ha tante qualità e non è facile trovare una compagna così.”
Ogni volta che prova a sentire il dolore della solitudine emotiva che vive quotidianamente, la sua mente interviene prontamente per ridurre la dissonanza cognitiva, trasformando l’insoddisfazione in gratitudine forzata, la mancanza in normalità, il vuoto in stabilità.
Separarsi significherebbe affrontare la paura di restare solo, il senso di fallimento, il dolore della perdita. Raccontarsi che “va tutto bene” è molto meno faticoso.
Ma il corpo non mente, Marco si sente stanco, spento, senza desiderio. La sua esperienza organismica racconta una verità diversa da quella che la mente cerca di sostenere.
Quando l’adattamento diventa una prigione
Molte persone hanno imparato molto presto, nella propria storia di vita, ad adattarsi, a non disturbare, a sopportare. A far andare bene le cose anche quando erano tutt’altro che piacevoli.
Spesso questo apprendimento ha radici molto profonde: infanzie in cui non c’era spazio per il bisogno, relazioni precoci segnate da impotenza, contesti in cui opporsi o scegliere era semplicemente impossibile.
In quei momenti, accettare passivamente la realtà e “vederla meno negativa di quello che era” non solo non era una scelta sbagliata, ma addirittura una strategia di sopravvivenza.
Il problema nasce quando questa strategia, utile allora, viene riproposta automaticamente nella vita adulta. Quando l’impotenza appresa diventa uno stile di vita, quando la strada che porta a ridurre la dissonanza cognitiva sostituisce la possibilità di scegliere.
EMDR: rielaborare il passato per liberare il presente
In questi casi, la terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) può rappresentare un intervento particolarmente efficace.
L’EMDR permette di rielaborare le esperienze passate non adeguatamente elaborate, spesso legate a vissuti di impotenza, paura, sottomissione o blocco. Esperienze in cui la persona ha imparato che non c’era via d’uscita, che adattarsi era l’unica opzione possibile.
Attraverso la rielaborazione di questi ricordi, la propria psiche può finalmente aggiornarsi, può uscire da una modalità di sopravvivenza e tornare ad una modalità di scelta.
Non si tratta di “convincersi” a cambiare, ma di sentire, a un livello profondo, che oggi è possibile fare qualcosa di diverso, che l’adulto di oggi non è più il bambino o il ragazzo di allora, costretto ad accettare.
Quando queste memorie vengono integrate, spesso le narrazioni auto-ingannevoli perdono forza. Non c’è più bisogno di ridurre la dissonanza cognitiva raccontandosi che va tutto bene, perché finalmente diventa possibile tollerare il disagio che precede il cambiamento.
Il coraggio di sentire prima di cambiare
C’è un passaggio fondamentale che spesso viene saltato: sentire. Sentire davvero quanto una situazione ci faccia male, senza minimizzare, senza razionalizzare, senza confrontarci con chi “sta peggio”.
Sentire è spaventoso sì, ma è anche l’unica strada verso una scelta autentica.
Finché restiamo nella testa, nelle spiegazioni logiche, nei racconti rassicuranti, restiamo fermi. È il contatto emotivo con la nostra verità che apre la possibilità del movimento. È qui che l’empatia diventa fondamentale, l’empatia verso noi stessi prima di tutto, perché spesso non siamo deboli o incoerenti, siamo semplicemente persone che hanno avuto paura, che hanno fatto del loro meglio con gli strumenti che avevano.
Raccontarsela bene, questa volta davvero
“Sapersela raccontare” non è di per sé un problema, lo diventa quando il racconto serve soltanto a negarci.
Raccontarsela bene, davvero, significa avere il coraggio di dirsi:
“Sono qui non perché è la scelta migliore, ma perché ho paura.” Aggiungendo: “E questa paura merita ascolto, non giudizio.”
Da qui può nascere qualcosa di nuovo, non necessariamente una decisione immediata, drastica, ma un movimento interno, una maggiore onestà verso sé stessi, un primo spazio di libertà. Perché la vera alternativa per ridurre la dissonanza cognitiva non è buttarsi nel vuoto, ma costruire gradualmente la capacità di stare nel disagio senza mentirsi.
Conclusione: dalla sopravvivenza alla vita
Molte persone non sono bloccate perché non sanno cosa fare, sono bloccate perché hanno imparato troppo bene a sopravvivere. Ma vivere è un’altra cosa. Vivere richiede presenza, contatto, verità. Richiede anche paura, sì, ma una paura che non decide al nostro posto.
Se ti sei riconosciuto in queste parole, forse non è il momento di cambiare tutto. Forse è il momento di smettere di raccontarti che va tutto bene, e iniziare ad ascoltare ciò che dentro di te chiede spazio.
Perché l’importante è sapersela raccontare, ma bisogna farlo bene!

Articolo di grande chiarezza e spessore. L’analisi è estremamente puntuale ed esplora, in modo diretto ma non giudicante, quelle strategie che ognuno di noi adotta per non sentire male e andare avanti. Che, l’articolo lo dice benissimo, sono strategie di sopravvivenza che ci allontanano dalla vita.