Le nostre armature emotive: quando ci proteggono e quando ci pesano

Scritto da: Ilaria Rusignuolo
il 15 Ott 2026

Quando capire tutto non basta a stare meglio

Ci sono persone capaci di raccontare con grande precisione ciò che hanno vissuto. Comprendono le dinamiche familiari, spiegano perché una relazione è finita, riconoscono gli errori commessi. Eppure, quando si avvicinano al dolore, qualcosa cambia e il discorso diventa astratto, compare una spiegazione rassicurante oppure l’emozione sembra scomparire. Altre persone si rimproverano continuamente, trovano una giustificazione per ogni comportamento altrui o diventano particolarmente gentili proprio quando provano risentimento. Sono esperienze diverse, che possono avere in comune un tentativo di protezione. A volte comprendiamo quello che ci accade, ma facciamo fatica a sentire ciò che proviamo. La distanza tra comprensione ed esperienza emotiva può essere sostenuta anche dai meccanismi di difesa e cioè quei processi attraverso i quali la mente cerca di rendere più tollerabili conflitti, paure e sentimenti dolorosi.

Conoscerli può aiutarci a guardare con maggiore curiosità alcune nostre reazioni, senza trasformarle in colpe o etichette.

Difese primarie e secondarie: che cosa cambia

Nella prospettiva psicodinamica, i meccanismi di difesa sono processi prevalentemente inconsapevoli che contribuiscono a proteggerci dall’angoscia e dal disagio. Possono intervenire quando un’emozione, un desiderio o una situazione mette in difficoltà il nostro equilibrio o l’immagine che abbiamo di noi. Avere delle difese è parte del funzionamento psicologico umano. Diventano problematiche soprattutto quando sono rigide, si ripetono indipendentemente dal contesto e limitano la possibilità di riconoscere i propri bisogni o affrontare la realtà. Nella classificazione psicoanalitica proposta da Nancy McWilliams si distinguono difese primarie dette anche primitive, dalle difese secondarie, dette anche di ordine superiore o più evolute. Le difese primarie riguardano soprattutto il confine tra sé e il mondo esterno mentre, quelle secondarie operano prevalentemente sui confini interni, modificando il rapporto tra pensieri, emozioni, desideri e rappresentazioni di sé. Tra le primarie troviamo il diniego, che può escludere aspetti dolorosi della realtà, e la scissione, che separa rappresentazioni contraddittorie, rendendo difficile riconoscere nella stessa persona qualità positive e negative. Possono offrire una protezione immediata, ma anche semplificare o alterare profondamente la lettura di un’esperienza. Le secondarie, come intellettualizzazione e rimozione, agiscono soprattutto sui legami tra pensieri, emozioni e desideri, generalmente preservando maggiormente il riconoscimento della realtà esterna. Posso sapere che una relazione è finita, ma mantenerne a distanza il dolore attraverso spiegazioni astratte. Tutti possiamo ricorrere a difese diverse, soprattutto sotto stress: un singolo comportamento non definisce la personalità. “Più evolute” non significa necessariamente più salutari in ogni circostanza. Anche una difesa secondaria può diventare rigida e limitante. Inoltre, la McWilliams sottolinea che tutti utilizziamo anche difese primitive e la loro presenza, da sola, non indica una patologia. La domanda utile è quanto una difesa ci protegga e quanto, contemporaneamente, ci limiti. La stessa modalità può aiutarci in un momento difficile e diventare un ostacolo se rappresenta l’unica risposta disponibile. Servono a comprendere il funzionamento, non a formulare diagnosi da soli.

Le difese più riconoscibili nella vita quotidiana

L’intellettualizzazione permette di affrontare un’esperienza attraverso ragionamenti e spiegazioni, mantenendo a distanza il coinvolgimento emotivo. Dopo una separazione, per esempio, possiamo analizzare minuziosamente gli stili di attaccamento senza riuscire a riconoscere quanto ci sentiamo soli. Pensare a un’emozione e permettersi di viverla sono esperienze differenti. Ragionare è una risorsa ma assume una funzione difensiva quando diventa una strada obbligata per evitare il contatto con ciò che sentiamo.

La razionalizzazione offre spiegazioni plausibili che rendono più accettabile una situazione o un comportamento, nascondendo motivazioni difficili da riconoscere. Dopo un’esclusione potremmo convincerci che quell’occasione non ci interessava, senza lasciare spazio alla delusione. Non ogni spiegazione è una razionalizzazione e conta la funzione che svolge per quella persona.

Nell’isolamento dell’affetto, il contenuto di un’esperienza rimane accessibile mentre l’emozione associata viene tenuta separata. Si può descrivere un episodio doloroso con precisione, come se riguardasse qualcun altro. Tuttavia, un racconto apparentemente freddo non basta a identificare questa difesa: può avere spiegazioni diverse, da esplorare con attenzione.

Lo spostamento consiste nel dirigere un’emozione verso un destinatario diverso da quello che l’ha suscitata. Una frustrazione vissuta con un responsabile può trovare sfogo in una discussione a casa, dove esprimere irritazione appare meno rischioso.

Nella formazione reattiva, un sentimento difficile da accettare può essere sostituito da un atteggiamento opposto e cioè un’ostilità poco riconoscibile può accompagnarsi a una premura eccessiva. Anche qui, la gentilezza da sola non dimostra la presenza di una difesa.

La rimozione, nella teoria psicoanalitica, riguarda l’esclusione inconsapevole dalla coscienza di contenuti conflittuali. È diversa dalla scelta consapevole di rimandare un pensiero. Una dimenticanza, però, non dimostra che esista un trauma rimosso.

Tra le difese secondarie viene descritta anche la sublimazione secondo cui impulsi ed energie emotive trovano espressione in attività costruttive, come un progetto creativo. È un esempio di come una difesa possa sostenere l’adattamento, senza richiedere che tutto venga espresso direttamente.

L’immagine di sé e le emozioni che non ci concediamo

Alcune emozioni diventano difficili da riconoscere perché sembrano incompatibili con la persona che crediamo di essere o che desideriamo diventare. Chi si percepisce sempre disponibile può faticare ad ammettere il desiderio di sottrarsi a una richiesta. Chi aspira a essere indipendente può vergognarsi del bisogno di vicinanza. Una rappresentazione rigida di noi stessi può lasciare poco spazio alle nostre contraddizioni. Se considero la rabbia una prova di cattiveria, riconoscerla può minacciare il mio senso di valore. Se associo la vulnerabilità alla debolezza, potrei raccontare il dolore soltanto attraverso spiegazioni distaccate. In questi casi, una difesa può contribuire a mantenere coerente l’immagine di sé, rendendo meno accessibili alcuni vissuti. È una possibile lettura clinica, da verificare nella storia individuale, senza presumere che spieghi ogni reazione. Anche gli apprendimenti relazionali possono avere un ruolo. In una famiglia dove protestare comportava umiliazione, ragionare anziché esprimere rabbia poteva essere una forma di protezione. Se chiedere conforto veniva ridicolizzato, minimizzare la sofferenza poteva aiutare a preservare il legame. Una modalità che ci ha protetto in passato può continuare ad attivarsi quando le condizioni sono cambiate. Comprenderne l’origine permette di rispettare ciò che ha rappresentato e, insieme, valutare se oggi sia ancora utile.

Quando la protezione diventa un limite nelle relazioni

Le difficoltà emergono quando le difese riducono la possibilità di incontrare sé stessi e gli altri. Possiamo spiegare ogni discussione senza comunicare ciò che ci ferisce, giustificare continuamente una relazione insoddisfacente o scaricare altrove una tensione che non affrontiamo nel suo contesto. Il sollievo immediato può accompagnarsi a un costo nel tempo sotto forma di bisogni trascurati, incomprensioni e risentimento. L’altro può ricevere parole ragionevoli, ma non capire che cosa desideriamo o quanto stiamo soffrendo. Comprendere la funzione protettiva di un comportamento non elimina la responsabilità per i suoi effetti. Riconoscere uno spostamento della rabbia, per esempio, significa anche assumersi la responsabilità di una discussione ingiusta e cercare un modo diverso di affrontare la frustrazione. Un primo passo può essere osservare che cosa accade appena prima di giustificare, analizzare o cambiare argomento. «Che emozione stava comparendo?», «Che cosa temo di riconoscere?», «Di che cosa avrei bisogno?» sono domande che aprono uno spazio di esplorazione. L’obiettivo è ampliare le risposte disponibili e poter riflettere e sentire, prendersi una pausa e tornare al confronto, riconoscere una delusione senza esserne travolti. La flessibilità ci permette di scegliere come affrontare un’esperienza, invece di ripetere sempre la stessa protezione.

Comprendere le difese e preparare il lavoro con la Terapia EMDR

Nella preparazione alla terapia EMDR, dedico attenzione all’individuazione e al rafforzamento delle risorse e cioè cerco di rafforzare l’accesso alle risorse e alle reti di memoria adattive come esperienze di sicurezza, competenza e sostegno che possano aiutare la persona a ritrovare un equilibrio emotivo. Non basta riconoscere una risorsa con il pensiero ma è importante poterla sentire come accessibile e utile, anche emotivamente e nel corpo. Quando questo contatto richiede ancora molto sforzo, esploro ciò che lo rende difficile e adatto il lavoro, cercando esperienze più tollerabili e rispettando i tempi individuali. L’obiettivo è rendere le risorse progressivamente più disponibili, affinché la persona possa affrontare le emozioni difficili con maggiore sostegno. Solo quando la valutazione clinica lo indica e la preparazione è sufficiente, il percorso può allora considerare la rielaborazione delle esperienze traumatiche o disturbanti collegate alle difficoltà attuali. Si parte dunque da un’esplorazione insieme alla persona di quali reazioni la proteggono, che cosa rendono più tollerabile e quali difficoltà producono. Le difese vengono comprese nella storia individuale e nel contesto delle relazioni attuali. Il percorso non mira a togliere bruscamente le difese, ma a costruire condizioni nelle quali siano meno necessarie. Prima di avvicinarsi ai vissuti più dolorosi, è importante valutare la capacità di mantenere il contatto con il presente e ritrovare un equilibrio emotivo. Il rafforzamento delle risorse procede gradualmente, verificando che la risorsa sia tollerabile e utilizzabile. L’obiettivo è renderla più accessibile, senza pretendere una sensazione perfetta o l’assenza di ogni fatica. La disponibilità a rielaborare un ricordo si valuta nel quadro clinico complessivo, non dalla riuscita di un singolo esercizio. La meta è poter riconoscere ciò che si prova senza sentirsi minacciati nel proprio valore, comprendere la funzione delle proprie difese e sviluppare modi più flessibili di stare con sé stessi e nelle relazioni.

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