Il potere nelle organizzazioni: quando il bisogno di riconoscimento alimenta una leadership disfunzionale

Scritto da: Simone Bellini
il 31 Mag 2026

Il lato oscuro del potere nelle organizzazioni

Nelle organizzazioni moderne il potere viene spesso interpretato come una risorsa necessaria che permette di prendere decisioni, guidare le persone e orientare le strategie. Tuttavia, non sempre l’esercizio del potere nasce dalla competenza e dalla responsabilità. In alcuni casi il potere assume una funzione molto più profonda, diventando una modalità compensatoria, un modo più o meno consapevole per colmare un bisogno di riconoscimento che nella storia personale dell’individuo spesso non ha trovato un adeguato spazio d’espressione e soddisfazione. Quando questo accade, la leadership può assumere forme disfunzionali e Il bisogno di essere visti, riconosciuti e valorizzati, rischia di trasformarsi progressivamente in competizione, eccessivo controllo e manipolazione relazionale. Per comprendere davvero questo fenomeno è necessario andare oltre le sole dinamiche organizzative e considerare la storia relazionale della persona. In tal senso, la teoria dell’attaccamento può offrirci una chiave di lettura particolarmente illuminante.

La teoria dell’attaccamento e le radici psicologiche della leadership

La teoria dell’attaccamento sviluppata da John Bowlby evidenzia come le prime relazioni con le figure di accudimento costituiscano la base su cui ogni individuo costruisce la propria percezione di sé e degli altri. Quando un bambino sperimenta una relazione caratterizzata da presenza emotiva, sintonizzazione e riconoscimento dei propri bisogni, interiorizza gradualmente l’idea di essere degno di attenzione e valore. Questa esperienza favorisce lo sviluppo di un attaccamento sicuro, che diventa nel tempo una risorsa fondamentale per la costruzione della propria identità e di relazioni efficaci. Quando invece il riconoscimento è incostante, condizionato o emotivamente distante, il bambino può sviluppare modelli di attaccamento insicuro. In queste situazioni il bisogno di essere visto e riconosciuto non scompare, ma rimane attivo in modo latente, spesso accompagnato da una sensibilità particolarmente elevata al giudizio degli altri. Nella vita adulta questo bisogno può trovare diversi canali di espressione. Uno dei più significativi è proprio il contesto lavorativo.

Quando il potere diventa compensazione emotiva

Il contesto lavorativo rappresenta uno dei luoghi sociali più importanti della vita adulta. Qui le persone non mettono in gioco soltanto competenze e capacità operative, ma anche aspetti profondi della propria identità. Per chi ha vissuto esperienze di riconoscimento carente nella propria storia relazionale, il contesto professionale può trasformarsi in uno spazio privilegiato nel quale cercare di colmare quella mancanza originaria. In questi casi il successo professionale, il ruolo e soprattutto il potere assumono una funzione psicologica specifica: diventano strumenti attraverso cui la persona tenta di stabilizzare la propria autostima. Il problema emerge quando il potere smette di essere uno strumento al servizio dell’organizzazione e diventa invece un mezzo attraverso cui la persona cerca costantemente conferme del proprio valore. In queste condizioni il proprio ruolo professionale può trasformarsi, spesso senza che la persona ne sia pienamente consapevole, in un luogo di regolazione emotiva.

Le dinamiche di potere disfunzionali nelle organizzazioni

Quando il potere viene utilizzato per compensare bisogni profondi di riconoscimento, alcune dinamiche relazionali tendono a ripetersi con sorprendente regolarità. Si tratta di modi di esercitare la leadership che non nascono necessariamente da intenzioni manipolatorie deliberate, ma da modelli relazionali interiorizzati nel tempo. Una configurazione piuttosto diffusa è quella del leader che utilizza il riconoscimento come una forma di regolazione del rapporto con i collaboratori. L’approvazione non viene espressa in modo stabile e prevedibile, ma tende a comparire in maniera intermittente. I collaboratori possono sperimentare momenti di forte valorizzazione seguiti da fasi di distanza o critica improvvisa. Questo crea un clima in cui le persone finiscono per lavorare cercando costantemente di interpretare le aspettative del leader, nel tentativo di ottenere nuovamente la sua approvazione. In questi casi il rischio è quello che nel tempo il gruppo sviluppi una sorta di dipendenza dal giudizio del capo, con un aumento della tensione emotiva e una diminuzione dell’autonomia operativa. Un’altra configurazione si osserva nel leader che vive il proprio ruolo come una continua dimostrazione di superiorità. In questi casi il successo dei collaboratori può essere percepito, anche inconsciamente, come una minaccia. Il leader tende quindi a mantenere una forte centralità decisionale, fatica a delegare e può reagire con irritazione o svalutazione quando emergono competenze particolarmente brillanti all’interno del team. Il risultato è un ambiente in cui le persone imparano progressivamente a ridurre la propria iniziativa per non entrare in competizione con il proprio responsabile. Un’ulteriore dinamica riguarda quei leader che alternano in modo imprevedibile vicinanza e distanza emotiva. Il rapporto con i collaboratori diventa una sorta di oscillazione continua tra momenti di riconoscimento e momenti di svalutazione. Questo tipo di comportamento può generare nei collaboratori una forte instabilità relazionale. Le persone si trovano spesso a chiedersi quale comportamento sarà approvato e quale invece porterà a una critica o a un’esclusione simbolica. In queste condizioni il contesto organizzativo rischia di trasformarsi in un ambiente caratterizzato da:

  • iper-adattamento alle aspettative del leader
  • timore costante di sbagliare
  • perdita progressiva di spontaneità e creatività

Quando il potere viene utilizzato per compensare bisogni emotivi irrisolti, le conseguenze non riguardano soltanto il singolo leader ma l’intero sistema organizzativo. I collaboratori possono sperimentare nel tempo sentimenti di svalutazione, insicurezza e frustrazione. Il clima emotivo diventa più teso e la fiducia reciproca tende a ridursi. In queste condizioni diminuiscono anche la motivazione, la capacità di innovazione e il senso di appartenenza. Progressivamente l’organizzazione rischia di sviluppare una cultura implicita in cui le persone dedicano più energie alla gestione delle dinamiche di potere che alla realizzazione degli obiettivi d’interesse comune.

Il contributo dell’EMDR nel rielaborare le radici emotive del potere

Molti comportamenti problematici nella leadership non derivano da mancanza di competenze manageriali, ma da modelli relazionali interiorizzati molto prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. Esperienze precoci caratterizzate da approvazione condizionata, aspettative elevate senza adeguato sostegno emotivo o riconoscimento intermittente possono lasciare tracce profonde nella percezione del proprio valore personale. In questi casi l’esercizio del potere rischia di diventare il modo con cui la persona cerca inconsciamente di risolvere antiche esperienze di mancato riconoscimento. L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) rappresenta uno degli approcci terapeutici più efficaci per l’elaborazione di esperienze emotive che hanno lasciato un’impronta persistente nel funzionamento psicologico. Attraverso l’EMDR è possibile lavorare sulle memorie relazionali che continuano a influenzare il modo in cui una persona percepisce sé stessa, il proprio valore e le relazioni con gli altri. Quando queste esperienze vengono rielaborate, il bisogno di utilizzare il potere come strumento di compensazione tende progressivamente a diminuire e il leader non ha più la necessità di confermare continuamente il proprio valore attraverso il controllo o la superiorità. Se le radici emotive di certe dinamiche vengono riconosciute ed elaborate, la trasformazione nella leadership può essere significativa. Il leader riesce a quel punto sviluppare una maggiore capacità di riconoscere il valore dei collaboratori, di delegare con più fiducia e di tollerare l’errore come parte naturale dei processi di apprendimento. Il potere smette di essere una difesa e torna a essere ciò che dovrebbe essere in origine: uno strumento di responsabilità e di guida.

Il riconoscimento che non ha bisogno del potere

Dietro molte dinamiche di potere disfunzionali si nasconde una realtà profondamente umana: il desiderio di essere riconosciuti. Quando questo bisogno rimane insoddisfatto nelle prime relazioni significative, può riemergere nell’ambito lavorativo sotto forma di competizione, controllo esagerato e in alcuni casi manipolazione. Comprendere queste radici non significa giustificare tali comportamenti, ma permette di trattarli con una prospettiva più ampia e trasformativa. Attraverso un percorso volto a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e l’ausilio di strumenti terapeutici come l’EMDR, è possibile passare da una leadership basata sulla compensazione ad una leadership fondata sulla sicurezza interiore, sul rispetto e sulla fiducia reciproca. Ed è proprio da questa sicurezza che nasce il riconoscimento più autentico, quello che non ha bisogno di essere imposto attraverso il potere, perché emerge naturalmente dalla qualità delle proprie relazioni.

Riferimenti bibliografici

Chamorro-Premuzic, T. (2019). Perché tanti uomini incompetenti diventano leader? (E come evitarlo). Harvard Business Review Press.

Edmondson, A. C. (2019). Organizzazioni senza paura: Creare sicurezza psicologica sul lavoro per imparare, innovare e crescere. FrancoAngeli.

Levine, A., & Heller, R. (2019). Insieme: La scienza delle relazioni: come trovare e conservare l’amore. Giunti Editore. Shapiro, F. (2018). EMDR: Principi fondamentali, protocolli e procedure. McGraw-Hill Education.

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