In qualità di psicologa psicoterapeuta e sessuologa da anni impegnata nell’ambito dell’educazione sessuo-affettiva, ho avuto modo, direi l’opportunità, di confrontarmi con le molteplici sfide che emergono quando il corpo desiderante incontra sguardi sociali rigidi, silenzi familiari e paure culturali. La sessualità è un tema troppo spesso sottovalutato, nonostante la sua profonda importanza. Essa richiede attenzione e considerazione, in quanto si struttura all’interno delle dimensioni affettiva, relazionale ed esistenziale dell’esperienza umana. Tuttora, però, è oggetto di fraintendimenti, rimozioni e stereotipi.
Nonostante la sua centralità nella costruzione dell’identità e del benessere individuale, essa viene troppo spesso relegata a un ruolo marginale, percepita come scomoda, disturbante, imbarazzante. Eppure la sessualità rappresenta una sorta di termometro della salute globale di ogni individuo e l’esperienza erotica e sessuale – e con essa la possibilità di provare il piacere ad essa connesso – è un diritto fondamentale per ogni essere umano, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale, dalla condizione medica, sociale o culturale.
Tuttavia, la società in cui viviamo mantiene un impianto normativo e culturale fortemente oscurantista: invece di favorire una comprensione profonda e inclusiva di questa dimensione, tende a innalzare barriere che ostacolano la conoscenza, l’esplorazione e il riconoscimento della sessualità – propria e altrui. Questo meccanismo alimenta stereotipi di genere, rinforza pregiudizi e contribuisce alla costruzione di false credenze e di convinzioni errate, difficili da estirpare. Il sesso continua a far paura, e ciò genera una diffusa sensazione di disagio e imbarazzo, che può divenire invalidante, soprattutto quando riguarda gli adulti di riferimento, incapaci di gestire le domande, i bisogni o i comportamenti legati alla sessualità nei contesti educativi, sanitari e relazionali. L’aspetto paradossale di questa difficoltà nel parlare di sessualità è che, nonostante siamo continuamente inondati e invasi da riferimenti sessuali anche piuttosto espliciti — soprattutto dopo l’avvento dei social network e delle app —, permane una scarsissima informazione sul tema. Anzi, si può affermare che vi sia molta più disinformazione che informazione e ciò che continua a mancare, in maniera istituzionalizzata e regolamentata, è una reale ed effettiva educazione all’affettività e alla sessualità rivolta a tutte le persone, e a maggior ragione un’adeguata informazione e un concreto sostegno alle persone con disabilità. Se riconosciamo però che la sessualità e il piacere rappresentano la colonna portante della struttura di base del funzionamento di ciascun essere umano, questo dovrebbe aiutarci a comprendere quanto sia — oltre che paradossale — pericoloso trascurare un tema così centrale per il benessere individuale e collettivo. Parlare di sessualità significa parlare di relazione, di affettività, di autenticità, ma anche di variabilità e diversità umana: due caratteristiche fondanti, spesso temute, che invece rappresentano risorse evolutive preziose, in grado di promuovere un miglior adattamento e una crescita più funzionale.
Ignorare o censurare questo tema, al contrario, significa compromettere lo sviluppo armonico della persona, alimentando vergogna, senso di inadeguatezza e isolamento. È per questo che parlare di sessualità non è un optional, ma un atto di responsabilità culturale e professionale. Un investimento sulla salute, sulla dignità e sulla libertà di ogni essere umano.
L’epoca che viviamo è caratterizzata da una forte instabilità identitaria. L’uomo e la donna di oggi o, meglio, il maschile e il femminile come dimensioni psichiche e relazionali, stanno attraversando una fase di ridefinizione che non ha precedenti nella storia recente.
Per secoli, la cultura occidentale ha tracciato confini netti tra ciò che era considerato “maschile” e ciò che era “femminile”: forza e razionalità da un lato, cura ed emotività dall’altro. Questi confini, costruiti più su convenzioni sociali che su differenze biologiche, hanno retto a lungo perché funzionali a un determinato ordine sociale. Ma oggi si incrinano: i modelli tradizionali non reggono più, e quelli nuovi non sono ancora pienamente definiti.
Il maschile, oggi, è in trasformazione e l’uomo contemporaneo non è semplicemente “più fragile” di ieri: è più esposto alla necessità di riconoscere parti di sé che in passato erano represse o ridicolizzate. Sensibilità, vulnerabilità emotiva, bisogno di cura reciproca, espressione autentica del desiderio: sono tutte componenti che l’educazione maschile tradizionale considerava “poco virili” e che oggi tornano a bussare alla porta della coscienza.
Riconoscerle non è facile. Significa andare contro stereotipi ancora potenti, affrontare un vuoto di riferimenti culturali e accettare di ridefinire il concetto stesso di virilità. Molti uomini si trovano così in una terra di mezzo: non più allineati con il vecchio modello dell’uomo forte, invulnerabile e dominante, ma ancora incerti su come incarnare un maschile autentico, capace di integrare forza e dolcezza, fermezza e apertura.
Anche il femminile sta attraversando un processo di profonda trasformazione. Le donne di oggi hanno conquistato spazi di libertà, autonomia e autorealizzazione che un tempo erano impensabili. Ma a queste conquiste si è affiancata una nuova forma di pressione: essere forti e indipendenti senza rinunciare a dolcezza e disponibilità, eccellere nel lavoro e al tempo stesso essere madri e compagne impeccabili, curare la propria immagine senza sembrare schiave dell’apparenza.
Il rischio è che l’emancipazione diventi una gabbia diversa: non più quella del silenzio e della rinuncia, ma quella della prestazione e della perfezione. In questo contesto, la sfida del femminile non è dimostrare di poter fare tutto, ma rivendicare il diritto di scegliere, senza sentirsi costrette a incarnare modelli esterni per sentirsi valide.
Maschile e femminile, oggi, sono più vicini di quanto si creda. Entrambi vivono una crisi che è, in realtà, un processo di ristrutturazione profonda: non si tratta di abolire le differenze, ma di liberarle dagli stereotipi e dalle narrazioni che le hanno imprigionate. Entrambi cercano un centro di gravità più autentico, dove le polarità non si annullano ma si completano.
La crisi attuale, però, non è solo perdita di certezze, ma apertura di possibilità. È un passaggio di soglia in cui forza e vulnerabilità, razionalità ed emotività, autonomia e bisogno dell’altro possono finalmente convivere nello stesso individuo.
Forse il vero compito della nostra epoca è imparare a stare in questa terra di mezzo senza fretta di definirla, accettando il disagio come parte del cambiamento. Perché ogni volta che un uomo o una donna riconoscono e accolgono parti nuove di sé, liberano anche gli altri dalla prigionia dei ruoli imposti. E allora la domanda non è più se siamo “più in crisi” di ieri, ma se siamo disposti a trasformare questa crisi nel terreno fertile per un’identità più libera, più complessa e, finalmente, più umana.
Bibliografia
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